La logica della sicurezza permanente e il conflitto israelo-palestinese

L'accusa di genocidio contro lo Stato di Israele per le sue azioni nella Striscia di Gaza ha portato alla ribalta un concetto analitico sviluppato dallo storico Dirk Moses: la "sicurezza permanente". Questo approccio, che mira a eliminare qualsiasi potenziale minaccia, interna o esterna, reale o immaginaria, ha implicazioni sinistre e spesso sfocia in una spirale di violenza senza fine.

Le origini del concetto

Nel suo libro del 2021, I problemi del genocidio, Moses introduce il termine "sicurezza permanente" per spiegare come gli Stati perpetrino la distruzione di civili pur affermando di aderire alle norme giuridiche internazionali in nome della legittima difesa. Secondo Moses, la ricerca di una sicurezza assoluta richiede l'uso di una forza eccessiva, cancellando la distinzione tra combattenti e civili e trasformandosi in una ricetta per una guerra senza fine.

L'applicazione nella Striscia di Gaza

Dopo gli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato che l'obiettivo militare di Israele era "demilitarizzare Hamas" e garantire che non ci fossero minacce future da Gaza. Il ministro della Difesa Yoav Gallant ha ordinato un assedio completo della Striscia, negando cibo, medicine e combustibile, con l'obiettivo di rendere la terra inabitabile.

Secondo Yagil Levy, esperto di relazioni militari e società presso l'Università Aperta di Israele, la logica della sicurezza permanente può portare gli Stati a considerare intere popolazioni come potenziali minacce e ad attribuire loro una colpa collettiva. Questo approccio può portare a politiche come l'espansione delle frontiere, la creazione di zone cuscinetto e la richiesta di smilitarizzazione totale delle aree percepite come minacce.

Le conseguenze umane

Secondo l'UNICEF, oltre 50.000 bambini sono stati uccisi o feriti a Gaza. Testimonianze di chirurghi hanno riferito che i droni israeliani hanno preso di mira bambini. Alcuni esponenti estremisti israeliani hanno fatto dichiarazioni in cui descrivevano i bambini palestinesi come futuri terroristi da eliminare. Un sondaggio pubblicato da Haaretz ha rilevato che l'82% degli ebrei israeliani voleva espellere tutti i gazani e il 47% sosteneva l'uccisione di tutti i palestinesi in una "città nemica conquistata".

L'espansione del conflitto

Ora Israele sta cercando di eliminare "minacce emergenti" nel sud del Libano, distruggendo villaggi che sarebbero la base del supporto di Hezbollah, dove migliaia di sciiti libanesi potrebbero non essere mai più autorizzati a tornare. Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha affermato che questa pratica segue "il modello di Rafah e Beit Hanoun a Gaza".

Le conseguenze impreviste

Secondo Mark LeVine, storico del Medio Oriente moderno presso l'Università della California a Irvine, le conseguenze impreviste delle passate invasioni israeliane, intraprese per affrontare attacchi transfrontalieri in nome della legittima difesa, continuano a propagarsi. "Hezbollah non esisteva fino all'invasione e all'occupazione illegale israeliana del sud del Libano nel 1982, che fu brutale, omicida e comportò pulizia etnica", afferma LeVine. "Ha creato un movimento di resistenza brutale in risposta, che è stato poi utilizzato per giustificare l'occupazione israeliana per 18 anni".

La spirale della violenza

Proprio come la pratica della tortura brutalizza sia il torturatore che le vittime, la tragedia della sicurezza permanente è che lascia tutti meno al sicuro e più traumatizzati, e l'ordine internazionale è ridotto a un cumulo di macerie. In effetti, la sicurezza permanente significa guerra permanente. Questo è il motivo per cui il movimento per la pace israeliano sostiene né l'eliminazione né la gestione delle minacce, ma la risoluzione diplomatica dei conflitti di lunga data.

Le radici storiche della sicurezza permanente

Il concetto di "sicurezza permanente" non è nuovo nel contesto israeliano-palestinese. Mark LeVine, storico del Medio Oriente moderno, sottolinea come le radici di questa strategia risalgono a decenni di conflitto. "La prima intifada del 1987 fu una risposta alla repressione israeliana, che a sua volta era una reazione alla resistenza palestinese", spiega LeVine. "Questo ciclo di violenza si autoalimenta, creando un sistema in cui ogni azione militare diventa la giustificazione per la successiva".

L'impatto psicologico sulla società israeliana

Secondo gli psicologi israeliani, la politica della sicurezza permanente ha avuto effetti devastanti sulla società israeliana. "Viviamo in uno stato di costante allerta, dove ogni bambino è visto come un potenziale nemico", afferma un psicologo infantile di Tel Aviv. "Questo crea un ciclo di paranoia e violenza che si trasmette di generazione in generazione". Un sondaggio condotto dall'Università Ebraica di Gerusalemme ha rivelato che il 68% degli israeliani sotto i 30 anni crede che la sicurezza del paese dipenda dall'espulsione o dall'eliminazione fisica dei palestinesi.

Le implicazioni giuridiche internazionali

La Corte Penale Internazionale ha avviato indagini su possibili crimini di guerra commessi da entrambe le parti. "La strategia della sicurezza permanente solleva serie preoccupazioni in termini di diritto internazionale", afferma un esperto legale dell'ONU. "La distruzione sistematica di infrastrutture civili e l'uso di fame come arma di guerra potrebbero costituire crimini contro l'umanità". Israele ha risposto affermando che le sue azioni sono legittime difese contro il terrorismo, ma gli esperti giuridici sostengono che la scala e la natura delle operazioni militari vanno oltre la legittima difesa.

La resistenza palestinese e l'emergere di nuove minacce

Gli analisti militari avvertono che la politica della sicurezza permanente sta creando le condizioni per l'emergere di nuove generazioni di combattenti palestinesi. "Ogni bambino che vede la distruzione della sua casa e la morte dei suoi cari diventa un potenziale reclutatore per i gruppi armati", afferma un ex ufficiale dei servizi segreti israeliani. "Stiamo creando esattamente ciò che affermiamo di voler prevenire".

Le conseguenze economiche e demografiche

La politica della sicurezza permanente ha avuto un impatto devastante sull'economia della regione. Secondo la Banca Mondiale, la distruzione delle infrastrutture a Gaza e la restrizione dei movimenti hanno causato una contrazione economica del 50% nell'area. Anche l'economia israeliana sta soffrendo, con un aumento dei costi militari e una diminuzione degli investimenti stranieri. Demograficamente, la popolazione palestinese nei territori occupati continua a crescere, creando ulteriori pressioni su uno stato israeliano già diviso.

Le alternative alla sicurezza permanente

Alcuni esperti propongono soluzioni alternative alla politica della sicurezza permanente. "La storia ci insegna che la sicurezza non può essere raggiunta attraverso la forza militare", afferma un ex negoziatore di pace. "È necessario un approccio che affronti le cause profonde del conflitto, come la disuguaglianza economica, l'occupazione e la mancanza di prospettive per i giovani palestinesi". Altri suggeriscono la creazione di zone demilitarizzate e la ripresa dei colloqui di pace, anche se queste proposte incontrano forte resistenza da entrambe le parti.

Il ruolo internazionale

La comunità internazionale è divisa su come rispondere alla politica della sicurezza permanente. Mentre alcuni paesi, come gli Stati Uniti, continuano a sostenere Israele in nome della sicurezza, altri, come la Sudafrica, hanno avviato boicottaggi e sanzioni. L'ONU ha condannato le azioni israeliane, ma manca di un meccanismo efficace per imporre sanzioni. Gli esperti sostengono che senza un'azione coordinata internazionale, la spirale della violenza continuerà.

La prospettiva futura

Gli analisti sono pessimisti riguardo alla prospettiva di una soluzione pacifica nel breve termine. "La politica della sicurezza permanente ha creato un sistema in cui ogni parte ha un interesse a mantenere lo status quo", afferma un analista politico. "Finché non ci sarà un cambiamento radicale nella leadership e nella mentalità di entrambe le parti, il conflitto continuerà". Tuttavia, alcuni gruppi della società civile israeliana e palestinese continuano a lavorare per la pace, offrendo un raggio di speranza in un panorama altrimenti cupo.

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